La scelta dello Stato di trattare con Riina condannò a morte Borsellino: la verità dei giudici di Palermo

borsellino

Italia, 20/07/2018

Per i giudici quei ritardi nell'intervento furono una spinta d’accelerazione all’eliminazione di Paolo Borsellino che non intendeva assecondare quella trattativa

Quello che interessa, in questa storia, è che i giudici di Palermo si sono convinti che il solo fatto che due alti ufficiali dei carabinieri abbiano bussato alla porta dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, democristiano di Corleone, mafioso legato a Totò Riina, ha poi spinto il capo di Cosa nostra a eliminare chi si voleva opporre a quella indicibile trattativa tra Mafia e Stato. E cioè, Paolo Borsellino. Per i giudici del processo Trattativa Stato-mafia "l'improvvisa accelerazione che ebbe l'esecuzione del dottore Borsellino fu determinata dai segnali di disponibilità al dialogo - ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci - pervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via D'Ameliio".
È questo, è solo questo, il cuore delle cinquemila e duecento e passa pagine delle motivazioni della condanna degli imputati al processo palermitano di primo grado sulla trattativa tra Stato e Mafia tra la primavera e l’estate del 1992 che si è poi protratta anche nel biennio 1993-1994. Una sentenza che il 20 aprile scorso ha portato a pesanti condanne: dodici anni per gli ex generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, dodici anni per l’ex senatore Marcello Dell’Utri, 8 anni per l’ex colonnello Giuseppe De Donno. E poi, ventotto anni per il boss Leoluca Bagarella. E assoluzione per l’ex ministro Nicola Mancino, “perché il fatto non sussiste”. Massimo Ciancimino, il supertestimone del processo, è stato condannato a 8 anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, è stato invece assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il Ros e il segnale a Riina
Per i magistrati "non vi è dubbio" che i contatti fra gli ufficiali dei carabinieri Mori e De Donno con Vito Ciancimino, unitamente al verificarsi di accadimenti (quali l'avvicendamento di quel ministro dell'Interno che si era particolarmente speso nell'azione di contrasto alle mafie, in assenza di plausibili pubbliche spiegazioni) che potevano ugualmente essere percepiti come ulteriori segnali di cedimento dello Stato, ben potevano essere percepiti da Salvatore Riina già come forieri di sviluppi positivi per l'organizzazione mafiosa nella misura in cui quegli ufficiali lo avevano sollecitato ad avanzare richieste cui condizionare la cessazione della strategia di attacco frontale allo Stato".

Lo Stato debole pronto a cedere
E poi: "Ove non si volesse prevenire alla conclusione dell'accusa che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla 'trattativa' conclusione che peraltro trova una qualche convergenza nel fatto che secondo quanto riferito dalla moglie, Agnese Piraino Leto, Borsellino, poco prima di morire, le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi, - scrivono - in ogni caso non c'è dubbio che quell'invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l'effetto dell'accelerazione dell'omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell'ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via d'Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo".
Dunque quello che poteva essere stato un maledetto grande equivoco, perché il Ros dei carabinieri cercava di prendere tempo, per capire cosa volesse Cosa nostra e perché aveva ucciso Giovanni Falcone, per i giudici di Palermo, invece, fu oggettivamente una spinta d’accelerazione all’eliminazione di Paolo Borsellino che non intendeva assecondare quella trattativa. I giudici di primo grado di Firenze nelle motivazioni sulle stragi di Firenze, Roma e Milano, accennarono alla trattativa Tra Mori-De Donno e Vito Ciancimino, interrogandosi sulla improvvida operazione del Ros che ingenerò in Cosa nostra, cioè in Totò Riina, l’illusione che lo Stato volesse trattare. A ben vedere, la Corte d’Assise di Palermo mette insieme tutti i tasselli di un mosaico realizzato in un quarto di secolo di indagini e arriva a qualificare i fatti diversamente. Quel tentativo di prendere tempo interpretato diversamente diventa un oggettivo assecondare i disegni di Cosa nostra.

La mattanza in attesa di Silvio
Bisognerà leggere con cura questa “Treccani” sullo stragismo mafioso, per tentare di capire cosa accadde in quegli anni, perché Cosa nostra diede vita a quella terribile mattanza di magistrati, civili, forze dell’ordine. Perché provò a portare a termine un golpe violento per distruggere le istituzioni democratiche cambiando il cavallo, insomma abbandonata la Democrazia Cristiana, Cosa nostra era alla ricerca di una nuova forza politica di riferimento. E in attesa di trovarla scatenò la sua follia stragista contro lo Stato. Motivazioni forti, dunque, ma che non appagano la sete di giustizia e verità su cui ancora ieri insisteva il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Fa fatica doversi arrendere a questa verità: Borsellino fu ucciso quando la trattativa tra Stato e Mafia subì un’accelerazione. Fa fatica immaginare che gli ufficiali del Ros Subranni, Mori e De Donno furono consapevoli pedine del gioco mafioso Dopo 26 anni da quel terribile 26 luglio del 1992, i giudici della Corte d’Assise di Palermo guidati dal Presidente Alfredo Montalto, hanno disegnato uno scenario impressionante. Davvero Cosa nostra ha cercato di mettere lo Stato in ginocchio: prima con le stragi di Palermo del 1992 poi quelle di Firenze, Roma e Milano nel 1993 e la strage (fallita) allo stadio Olimpico di Roma che avrebbe dovuto provocare la morte di decine di carabinieri.

Arriva Dell’Utri
Scrivono i giudici palermitani: «Il cedimento dello Stato, di fatto iniziato dopo le stragi del 1992 per iniziativa di alcuni suoi esponenti e ancora più evidenziatosi dopo le stragi del 1993, sarebbe divenuto inarrestabile per l’impossibilità di fronteggiare quell’escalation criminale, senza pari nella storia del paese (l’autobomba non esplosa allo stadio Olimpico di Roma, ndr) in un momento di forte fragilità delle istituzioni». L’implosione delle istituzioni repubblicane, il crollo del sistema politico che si era retto per quarant’anni e passa sulla Democrazia Cristiana, avrebbe portato la mafia a puntare sulla nuova forza politica che sarebbe nata da lì a poco, Forza Italia. Marcello Dell’Utri, intermediario di Silvio Berlusconi nei rapporti con Cosa nostra, secondo i giudici palermitani assecondò i progetti stragista della mafia: «Con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funzione di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi, nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992».

Berlusconi sapeva

Ma nelle motivazioni sulla trattativa Stato-Mafia, i giudici si dicono convinti che anche Silvio Berlusconi sapesse perfettamente dei rapporti di Dell’Utri con Cosa nostra: «Se pure non vi è prova diretta dell’inoltro della minaccia mafiosa da Dell’Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano». E ancora: «Vi è la prova che Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche al riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale nel quale incontrava Mangano per le problematiche relative alle iniziative legislative che i mafiosi si attendevano dal governo. Dell’Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi, da premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori».

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