Aheam Ahmad: “Il mio piano, una luce contro le tenebre della guerra”

GUERRA

Reggio Emilia, Italia, 2018-08-30

Intervista al pianista siriano che esibirà domenica a Festareggio: "I migranti? Integrateli, vi serviranno. Non chiudete i confini, pensate cosa vuol dire rimandare in Libia quei poveretti"

di PAOLO PERGOLIZZI

“La gente dice: ‘Chiudiamo i confini’. Ma voi sapete cosa vuole dire essere in mare e dover tornare in Libia? Sapete cosa succede là? Non possono viverci: li torturano e li fanno diventare schiavi. Dite: ‘Mandiamoli indietro’. Ma è facile parlare quando sei al sicuro. Pensa se tu fossi nel mare, senza aiuto e non avessi cibo, né acqua. Vorresti che qualcuno ti rimandasse indietro?”.

Aeham Ahmad è un pianista siriano 30enne che domenica si esibirà a Festareggio in un concerto benefico a sostegno della campagna umanitaria Reggio for Syria, promossa da Boorea Cooperativa e Arci Reggio Emilia. L’artista oggi vive in Germania a Wiesbaden ed è un rifugiato politico che viene da Yarmouk, campo profughi palestinese alla periferia di Damasco.

Lì Ahmad è cresciuto e ha iniziato a studiare musica classica, arrivando a diplomarsi al Conservatorio. Ma purtroppo a Yarmouk ha conosciuto anche la violenza della guerra e ha reagito con l’unica arma, pacifica, che aveva a disposizione: portando il suo pianoforte per le strade, tra le macerie, utilizzando lo strumento musicale contro il terrore imposto dall’Isis e dalla guerra. Lo ha fatto fino a tre anni fa; poi, un giorno, i miliziani dell’Isis hanno incendiato il suo piano. Reggio Sera lo ha intervistato per voi.

Che lavoro faceva in Siria e dove viveva?
Ho studiato musica e poi sono andato all’università a Homs, ma tutto si è interrotto nel 2011 quando è iniziata la guerra. Allora sono tornato a Damasco, a Yarmouk, perché era molto pericoloso stare là.

Qual era il suo lavoro?
Ero un insegnante di musica e avevo un piccolo negozio di articoli musicali con mio padre e tutto, fino all’inizio del conflitto, andava bene.

Lei è diventato famoso con quell’immagine che la ritrae mentre suona il piano in mezzo alle rovine. Perché suonava?
Nel campo di Yarmouk ho iniziato a suonare nelle strade, perché ero un pianista e dovevo fare pratica tutti giorni. Cantavo con i bambini, con gli adulti e portavo il piano in tutte le strade. Quella foto mi mostra da solo ma, di solito, io cantavo insieme a tante persone. Dopo un anno di guerra la gente ha iniziato a dire: “Il piano non è importante. Non serve a fermare le bombe, non serve a sfamarci, non ci porta acqua”. E’ morto anche un bambino, per un’esplosione, mentre era vicino al mio piano.

Era pericoloso suonare in pubblico?
Sì, lo era. A un certo punto capii che non potevo continuare. E poi eravamo più interessati a cercare di ricevere cibo dall’Unicef. Era così pericoloso che, un giorno, sono stato colpito da una pezzo di granata che mi ha ferito il secondo e il terzo dito della mano. Poteva essere una catastrofe per me che suonavo il piano.

Com’era la situazione nel campo profughi?
La situazione era terribile, perché il campo è stato sotto assedio, da parte dell’esercito siriano, dal 2012 al 2015. Non entrava cibo, non c’era eletttricità, acqua, non c’erano trattamenti medici. L’Unicef si fermava all’inizio del campo e noi dovevamo fare un sacco di strada per arrivare prendere gli aiuti ed era molto pericoloso. Ma c’erano molti posti ridotti così in Siria e tu non potevi continuare a vivere a lungo là.

Quando è scappato dalla Siria? Ci racconti il suo viaggio
Sono fuggito nell’agosto del 2015, pagando un sacco di soldi ai soldati che lo assediavano per fuggire. Ora il campo è quasi completamente distrutto dai combattimenti. Poi sono andato a Damasco, Homs, Hama e ho raggiunto il confine con la Turchia ad Idlib. Sono entrato in Turchia, ho preso la barca, ha fatto la rotta balcanica e sono arrivato in Germania nell’ottobre del 2015.

Cosa rappresenta la musica per lei?
La musica per me è tutto e mi fornisce una grande luce nel mezzo di questi giorni bui.

Cosa pensa delle politiche attuali del governo italiano nei confronti dei migranti?
La politica in Italia è cattiva per i migranti, ma lo è anche in Germania e in altri paesi. Io capisco anche le vostre ragioni. La gente in Europa non trova lavoro, ha problemi. I rifugiati, a volte, fanno cose sbagliate e in Germania la gente si arrabbia. Dipende dalle persone. Non siamo tutti uguali. Il problema è che, se uno fa qualcosa di sbagliato, finiscono tutti per subire la stessa sorte. La gente dice: “Chiudiamo i confini”. Ma voi sapete cosa vuole dire essere in mare e dover tornare in Libia? Sapete cosa succede là? Non possono vivere in Libia: li torturano e li fanno diventare schiavi. Dite: “Mandiamoli indietro”. Ma è facile parlare quando sei al sicuro. Pensa se tu fossi nel mare, senza aiuto e non avessi cibo, né acqua. Vorresti che qualcuno ti rimandasse indietro?

Cosa pensa delle ondate di migranti che stanno arrivando in Europa. Crede che possano essere integrati?
Sì, integrateli nella società. L’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri. In Germania è successo. Ci sono state 300mila persone che, dal 2015, sono state integate e educate. Non è stato facile e ci sono voluti molti soldi. Il governo tedesco, per esempio, non ha fatto altrettanto con la comunità turca e ora ha dei problemi con loro. Se non aiuti queste persone, diventeranno dei criminali, venderanno droga. Faremmo tutti così se ci trovassimo nelle loro condizioni. Anche voi e non solo quelli che vengono dall’Africa.

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